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20 maggio, 2012

Altre Mille volte al Limite.

-Perchè per guidare metti il rossetto?-
- Secondo te come riesco ad avere, sempre, la precedenza?- 






-I vostri nomi, grazie.-
-Ludmilla e Camilla.-
L'uomo in cravatta fa scorrere una biro lungo la lista.
La biro scorre nevroticamente: qualcosa non va'.
-No, signorine...- dice, alzando il capo -...è un vero dispiacere...- si allenta il nodo alla cravatta -...i vostri nomi non sono segnati da alcuna parte...- suda.
-Sono certa che ci sia un errore, lasci che controlli io.- Lunghe e affusolate dita impugnano la biro dell'uomo in cravatta e sulla sua lista scrivono:
"Le Mille ♥"
-Eccoci.- Esclama Ludmilla lasciando cadere la penna sulla lista e alzando il cordone rosso per entrare.
-Benvenute al Limite.- sbeffeggia Camilla, riabbassando il cordone rosso.




Nessuno lo sapeva, ma quella non sarebbe stata la solita serata.

Al Limite ci sarebbero state ragazze da Mille.

Sfrecciava la Spider rossa, gareggiando con la morte, sicura di arrivare prima.

La  meta era il Limite.


Non so, se la musica si fermò davvero, ma quando dall'ingresso si affacciarono quelle ragazze, sembrò paralizzarsi tutto il Limite. 

Da quel momento il Limite diventarono loro. 

Le altre donne sparirono, c'erano loro due che valevano per Mille.

Il Limite da raggiungere, quella sera, era Mille.

Troppi uomini cercano di raggiungere quel Limite, ma le Mille erano una coppia.

E le Mille superavano il Limite.


Pericolosamente, scendevano lungo il palo, mentre i loro vestiti si alzavano piano.
Sul cubo, le loro bocche, si avvicinavano e allontanavano, sparendo in una nube di fumo.
Scartavano caramelle chimiche, bevevano succhi alcolici: eccitavano.

Le donne le imitavano, gli uomini le desideravano e il caos si scatenava.
Le Mille, al centro della pista, si spogliavano, mostrando il corpo nudo, sotto un velo di pizzo.
L'eccitazione aveva reso il locale un bordello, le droghe lo avevano reso un ospedale ed entrambe le cose lo avevano trasformato in un ring di pugilato.

Qualcuno, finalmente, chiamò le forze dell'ordine, oltre che le ambulanze e, forse, lo stesso qualcuno, aiutò Ludmilla e Camilla a scappare, in cambio di un'adeguata ricompensa.

-Ti faremo vedere il paradiso, prima ancora di morire...- ammiccarono le Mille.


Sfrecciava la Spider rossa, oltre il Limite.

La meta era Limite.

Sul sedile posteriore le Mille ringraziavano qualcuno, ma la Spider rossa sfrecciava ancora.

La gara era finita e alla guida, ora, c'era la morte.




MaLoRe

03 maggio, 2012

Fame.

[...]

Aveva un cuore di qualche taglia più piccolo dell'amore. Quello che avanzava lo riciclava sotto le lenzuola.

Sembrava non saper gestire i sentimenti:
viste le carezze, dolorose come sberle e i baci, pungenti come pizzichi,
che vendeva ad un prezzo salato... di lacrime.

Aveva scelto di barattarsi per saziare quella fame di felicità.

[...]

MaLoRe

11 aprile, 2012

La vita non può essere difficile quando sei tu il difficile.


-Fiamma. Hai un bel nome: caldo e vivace. 
Sarai, sicuramente, una ragazza molt...-

-No! Sono una Fiamma che si sta spegnendo.-

-Ma cosa dici? Sei così giovane...-

-E cosa centra? Non posso spegnermi? Non posso fallire? Non posso morire?
Perchè la mia età dovrebbe privarmi di alcune possibilità???-

-Parliamone. Seguimi nel mio studio.-

-Credo sia lei a dover seguire il mio dito... e andarsene a farsi fottere.-

-Mi avevano detto che eri una ragazza difficile, ma non credevo così.-

-Credeva non la dessi?
Difficile non è solo il contrario di facili costumi.
Psicologi perversi.-

-Ma... non intendevo dire, assolutamente, questo o qualcosa di simile...-

-Guardi, è diverso: lei non intende, perchè di dire, dice fin troppo.-






Siamo teatranti, 
su un palco scelto da altri, con una parte affidata coattivamente.
Chi si ribella è il pazzo, 
castigato dietro delle quinte, così simili a manicomi.



MaLoRe

06 aprile, 2012

Amoressia.

Amico mio,
oggi canto d'amore.

L'ho conosciuto 
nel sottobosco della mia città,
mentre beveva birra a volontà.

Vestiva tacchi alti e sedeva sul tavolo, con gli abiti che le fasciavano le curve, regalandomi le fantasie più perverse. 
Mi avvicinò con la scusa dell'auto in panne.

Leggevo nei suoi occhi cose che stonavano con la sua bocca, forse era un diavolo vestito da angelo o semplicemente una creatura angelica a cui strappare l'aureola.

Era l'enciclopedia della droga quella donna: 
diceva che con gli occhi rossi riusciva a guardare più in profondità.

Sapevo cosa dirle, ma le parole si perdevano lungo la lingua.

Oggi, il suo ricordo mi percuote la mente
e di lividi, i miei neuroni, riveste.

Affetto da amoressia,
finchè non sarà mia.


MaLoRe

01 aprile, 2012

I sogni dei Beat erano dei sogni talmente immortali che hanno continuato a vivere. [cit. Fernanda Pivano]


Non è uno scritto da censurare, ma è un riesumato della Beat Generation. 



Avevamo parcheggiato nei pressi della solita bettola, per consumare la nostra esperienza.

Il pre-esperienza lo conoscete già tutti: 
è sempre la stessa roba, commercializzata sempre nella stessa zona, assunta sempre nello stesso modo.

Poi arriva l'esperienza... 
e te ne rendi conto dal battito accelerato, o dal mondo trasformatosi in film dinanzi ai tuoi occhi.



Ecco, io, ricordo.

Il vetro si appannava ad ogni respiro, con lo stesso ritmo con cui il freddo mi portava a tremare. 
Mi sarei dovuta coprire meglio, perchè intravedevo la mia spalla nuda, ma gli arti erano scollegati dal cervello che continuava, invano, ad inviare l'input di coprire la spalla.

La serata non finiva mai, mi perdevo nei minuti.
Ero certa di ondeggiare sospesa, senza gravità.

All'inizio queste sensazioni, non avendole mai provate, mi spaventavano, percepivo solo la paura e la voglia di annullare questo viaggio e lo avrei fatto, se fossi stata in grado di autogestirmi. 
Al contrario, affogavo in un mare di fantasie e quando riuscivo a riemergere non potevo fare a meno di ridere e pensare: "non sono nella mia vita, consumo droga con degli sconosciuti dalle facce familiari e il mio corpo è privo di tatto. Non c'è bisogno di avere paura, non mi può accadere nulla".

Uno degli effetti più indesiderati è il bisogno di urinare, causa o conseguenza del freddo che ti assale. 
In realtà, io, non sono certa che quella pressione, avvertita, sulla vescica fosse un reale bisogno, dal momento che ero priva di qualsiasi liquido nel corpo, a tal punto da essere ricorsa al collirio per due volte.

Non ero in grado di lamentarmi, ma esternavo i miei bisogni tra le risa, ragion per cui ero costretta a ripetere "sono seria" ad ogni richiesta. Non so, dopo quanto tempo riuscì a farmi avvolgere in una coperta e farmi portare delle birre. Qualcuno mi offrì anche del cibo.

Ero lenta con il cibo, mi annoiava mangiare, così regalai quel che avevo ad un randagio, mentre le birre finivano troppo velocemente.

Abbandonata sul sedile, stavo viaggiando ad una velocità sorprendete dentro una bolla di allucinazioni vivide, tra luci gialle, ragazzi sciatti e anziani aristocratici, nel peggiore quartiere della città.

Nulla era più come il solito: 
quello era un film di cui ero la regista.

Mi piaceva troppo quell'emozione, sentirmi estranea a tutto, fuori dal mio corpo.
Ogni qual volta mi si interpellava, rientravo nel mio corpo e vedevo le dimensioni che avevo oltrepassato indietreggiare come cerchi, la realtà mi si avvicinava sempre più nitida. 
Ero staccatissima dal mondo, come Alice, cadendo in un buco, entra nel paese delle meraviglie, così, io, nel centro di un vortice tornavo e me ne andavo dalla realtà nitida e definita.
Nonostante sentire il mio nome mi risvegliasse, non riuscivo a formulare frase differente da "non so, ero altrove con la mente" e non potevo far a meno di ridere della mia condizione.

Era la sensazione più strana ed eccezionale che avessi mai provato:
distante da ogni materia, volavo sola, fredda e sorridente, come se questo volo fosse un privilegio a me, solo, concesso. Della paura ormai avevo ironizzato.

Soltanto, grazie ai contatti fisici mi ricordavo di possedere un corpo e di sforzarmi di muoverlo. 
Mi sembrava un anno prima quando ero cosciente, invece erano trascorsi solo minuti, in cui dicevo, senza nesso logico, cose tipo: "Wow, stranissimo, cioè troppo figo e... non lo so, ma è stupendo!" esterrefatta dal mondo che la lucidità nasconde.

Ho anche creduto fosse tutto, solo, un sogno, che prima o poi mi sarei svegliata e quando riuscivo a convincermi che stesse accadendo davvero, mi tormentavo su cosa avrei ricordato l'indomani e come sarebbe stato il ritorno sulla terra, lo scontro con la mia vita non alterata da sostanze. Questa è stata l'ultima paura affrontata quella sera.

Ripetevo "no no, sto bene..." agli altri, come se fossero loro a chiedermelo, invece cercavo di rincuorarmi e tornare gradualmente alla razionalità, rispondendo a domande mai fatte.

Ero un'aquilone sfuggito dalle mani di un bambino.
La prima paura: "dove volerò?" sbiadita con l'ebrezza del volare veloce, trasportato dal vento, senza più autocontrollo e, forse, senza mai più toccare terra o sbattendo violentemente contro qualcosa, prima di terminare il volo.

Anche l'ultima paura, infondata, è sparita non appena, ho raccolto le mie forze per accompagnare qualcuno alla sua dimora e rifugiarmi nel mio letto.

Il mio corpo era ridotto ad un mattone, inerme e congelato, le palpebre pesanti chiuse e la mente attiva che continuava il suo svarione, per tutta la notte.

Quella mattina non avvertì alcuna stanchezza, ed ero sbalordita dai miei ricordi:

le risa della sera, ero certa, erano di scherno verso chi non aveva provato le mie stesse sensazioni. 
Ero la fortunata. 



Forse, questo viaggio lo rifarò.



p.s: ogni riferimento a persone realmente esistite o eventi realmente accaduti è puramente casuale. 
Il testo è scritto nel rispetto verso le Opere della Beat Generation e non è un invito a drogarsi.
Il titolo del post parla delle contestazioni giovanili affrontate dalla Beat Generation, mente il testo di mia invenzione, si rifà alle descrizioni delle sperimentazioni di droghe degli autori del movimento letterario.
RIPETO: NON VUOLE ESSERE UN INVITO ALLA DROGA!!!
MaLoRe



14 febbraio, 2012

Le favole sono, forse, metafore.



"Serve carburante a questo corpo per andare avanti" 
disse qualcuno e presto qualcun'altro giunse con del cibo.

Il corpo si nutrì, si mosse, due passi e ricadde su se stesso.

"Portate altro tipo di carburante" 
si sentì ordinare, come se non si sapesse se quella macchina andasse a metano o diesel.

Arrivò dell'acqua. 
Il corpo di dissetò, pronunciò qualche parola e ricadde nel suo silenzio.


Una donna, nella folla, alla folla, disse: 
"Pensate ad una macchina, a cui voi mettete olio e acqua, ma non carburante.
Quella macchina non camminerà mai.
Voi avete dato olio e acqua a questa macchina umana, ma non il carburante."

"Qual è il carburante, allora?" 
la gente domandava.

"La felicità... 
e non c'è felicità migliore dell'amore" rispose la donna "le favole sono, forse, metafore. 
Questo corpo dormirà ancora, fin quando il suo principe lo bacerà."



MaLoRe


11 dicembre, 2011

Quella volta. Quello scambio.

[...]


La prima volta che la vidi, riluceva per un trucco brillantinato.
La seconda volta che la vidi, riluceva in una maglia scintillante.
La terza volta che la vidi, riluceva con accessori luccicanti.
La quarta volta che la vidi, riluceva per una borsetta paiettata.
La quinta volta che la vidi, riluceva per i capelli raccolti con qualcosa di lucente.
La sesta volta che la vidi, riluceva in scarpe sfavillanti.
La settima volta che la vidi, riluceva con uno smalto risplendente.




"Signorina, ogni suo ingresso mi abbaglia. Illumina più delle stelle."
Forse fu così che la conquistai.




La prima volta che uscimmo insieme, lei, era di un brillante vivace.
La osservavo cercando il dettaglio luminoso, ma non ne trovai, fin quando lei sorrise.


Ecco, il dettaglio luminoso:
quel giorno aveva indossato il suo sorriso.


La prima volta che ci coricammo insieme, lei lampeggiava così forte da riscaldare, poi scottare e infine bruciare.


Capite bene, mai avrei potuto lasciare la mia luce e il mio fuoco,
ma quel bar, culla e letto di morte del nostro amore, cosa mi riservava per il futuro non l'avrei mai potuto sapere.


[...]

La prima volta che la vidi, mi porse il suo collo.
La seconda volta che la vidi, mi tese le sue caviglie.
La terza volta che la vidi, mi mostrò la sua schiena.
La quarta volta che la vidi, mi regalò la sua pancia.
La quinta volta che la vidi, mi offrì i suoi seni.
La sesta volta che la vidi, mi presentò le sue cosce.
La settima volta che la vidi, mi diede il paradiso.




"Signore, ogni suo ingresso mi abbaglia. Bagna più della pioggia."
Forse fu così che mi conquistò.




[...]


Quel bar, un giorno mi presentò l'amore e l'altro dopo, mi presentò la passione.




Adesso, ovunque vada, sento:
 "Non scambiate la passione per amore",
 ma all'epoca, quando ne avrei avuto bisogno, nessuno mi avvertiva di non fare questo scambio.


In fin dei conti, come avrei potuto evitare che ciò accadesse? 


Il cuore non lo vedo, la carne si.
Il cuore non lo sento battere, la carne la sento desiderare.


L'amore è nascosto dentro il cuore, la passione è in mostra sulla carne.



Oh, quanto è debole il cuore rispetto ai lembi più estremi del corpo.


Come potevo percepire il canto dell'amore sotto le urla della passione?


[...]

MaLoRe

13 ottobre, 2011

L'anticonformismo ti salva dalle gerarchie.




<La filosofia e la psicologia nel mondo del lavoro non servono. Voglio numeri, spiegazioni scientifiche!>
Sbraitò lasciando cadere svogliatamente e con violenza i fascicoli sulla sua scrivania.

Il rumore assordante mi fece indietreggiare, ma provai a difendermi:
<Vede... io... ho provato ad immedesimarmi nel nostro lettore... e credo che un pò di emotivi..>

<Lei è una fallita! Non le ho chiesto di immedesimarsi. Lei crede che questa pantomima possa farle raggiungere la fama e il successo? Ha mai contato quanti scalini deve salire per arrivare alla sua meta? Ah, già... certo che no, che domande, lei non ha ancora imparato che il mondo gira intorno ai numeri!>

<Ma io... veramente... volevo solo...> e le parole si soffocarono. 
Sarei potuta scoppiare a piangere da un momento all'altro, mi sentivo spaesata, indifesa, privata delle mie ambizioni e catapultata nella triste e tetra realtà: "solo numeri, niente emozioni."

<La esorto a compilare le sue dimissioni... da oggi lei è di nuovo a terra>.
Ero a terra, giù dalla scala della realizzazione e con troppi scalini davanti per raggiungere la mia ambizione.




Sedevo nel pianerottolo freddo e vuoto e mi accingevo a compilare quelle carte. 
Quelle che non mi avrebbero più nemmeno permesso di sedere sul pianerottolo.

Dinanzi a me solo uno straccio e un secchio.
Ma quando si è soli, emarginati ai ranghi più infimi, tutto può accendere un barlume di speranza.
Fu lì che decisi di rendere il mio pianerottolo solo mio, di dargli il mio profumo, di renderlo una dimora accogliente e su misura per me.
Sarei restata per sempre lì, sul pianerottolo come una portinaia, a salutare la gente che entrava per superarmi, per salire quelle scale.
Certo, queste "visite" improvvise e umilianti prima o poi mi avrebbero stufata, come del resto i rumori dei piani superiori, ma mi sarei consolata presto, non appena avrei capito che quelle visite e quei rumori sarebbero stati l'unico modo per non sentirmi sola.

Dopotutto anche lui, colui che mi ha sconfinata nel pianerottolo con le dimissioni, è solo, anche se al piano più alto. Talmente in alto che rischia una denuncia dagli angeli per intromissione in luogo privato e una denuncia dai piani inferiori, stanchi di udire i suoi movimenti.

Ma la scala non è abitata solo da noi, dai due estremi... ci sono anche loro, la maggioranza, coloro dei piani medi, quelli  che si accontentano, che non mirano al meglio, ma scansano il peggio.
Loro, le vie di mezzo, quelle che hanno bisogno di conformarsi ad un gruppo per sentirsi forti e sicuri...




<Allora? Le pare adesso il momento di sognare? Nella sua vita da fallita, da emarginata ne avrà di tempo per farlo...> mi scosse.

Lo guardai ancora intontita, porgendo le mie dimissioni.

<Emarginata? Emarginata da chi? Io da oggi vivo in una villa senza scale e coinquilini... voi continuate a contendervi quegli stupidi piani alti!> 



Lui restò con l'espressione dello smarrito, dell'emarginato, catapultato nella triste e tetra realtà: "Ha vinto lei."




MaLoRe